domenica 7 aprile 2013
Recensione del brano "Dal giardino tropicale" di Pacifico
La canzone "dal giardino tropicale" è una vera cartolina in musica di straordinaria bellezza, scritta da una spiaggia “appena uscita dal mare” ma non ad agosto, bensì in una notte d’inverno che volge ormai all’alba. L’autore è circondato da un paesaggio in apparenza immobile e quasi deserto, ma la sua descrizione e l’atmosfera che la melodia crea fin dai primi accordi non trasmettono affatto un senso di desolazione: la vita pervade invece ogni elemento, certo non frenetica come in estate ma quieta e inesorabile. Forse il nostro scrivente si trova qui proprio per fare il pieno di questa pace profonda ed inconsueta nei suoi giorni: il “Finalmente” dell’inciso mi sembra esprimere tutto il sollievo e la gioia di sentirsi a un passo dal mare e dal cielo stellato, con la libertà e l’agio di contemplare l’immensità ed insieme osservare ogni più piccolo dettaglio, ascoltare ogni più impercettibile rumore ed accoglierlo in sé.
Nelle strofe Pacifico dimostra notevole abilità nello scolpire figure attraverso le parole servendosi di allitterazioni, metafore, similitudini e frasi nominali, permettendo a chi ascolta/legge di visualizzarle nella propria mente. Inoltre, una volta passate attraverso i suoi occhi, queste immagini sono rielaborate ed interpretate dalla sua vivace fantasia e ciò rende la cartolina così speciale. Le barche sparse sulla sabbia sono quasi personificate, non stanno per essere calate in mare perché non è la stagione adatta ma sono invece "svogliate e capovolte al sole", e portano scritto un nome che deve essere “Caro al pescatore” cui appartengono; il loro legno è "a scarti a schegge a miniature", le consonanti ripetute ad inizio parola riproducono il rumore secco delle schegge che si staccano disegnando sulla superficie motivi irregolari che al suo sguardo paiono miniature, e i loro pali immersi in piccola parte nel mare hanno “l’acqua alla vita”. È interessante la descrizione della ruggine delle ancore e dei pontili, sulla quale l’autore focalizza più volte la sua attenzione connotandola con diverse metafore: all’inizio è rappresentata come una bruciatura ("ustiona") che si accompagna al ferro e insieme ne sottrae un po’; nel secondo caso "gratta", Pacifico sceglie un altro verbo per indicare che rende ruvido il ferro, ed oltre a sottrarne una parte lo "spoglia", immagine ancora più precisa perché chiarisce anche che ciò avviene per strati, come se la sua superficie più esterna fosse un vestito. Nella seconda strofa si ode il fruscio di qualche movimento, la vegetazione che sventaglia al passaggio dell’unica persona presente, i passi di un cane magro e ormai abituato a vivere in assenza di esseri umani; il cigolio di una giostra inutilizzata da tempo, composta di draghi e mostri marini coperti da un telo di plastica forse agitato dal vento, all’orecchio di Pacifico somiglia ai bisbigli sommessi dei bambini sotto le lenzuola.
L’inciso è come il messaggio sul retro della cartolina, l’autore rivolge un pensiero di estrema delicatezza ad una persona a lui cara suscitatogli da quel luogo tranquillo e sconfinato: ritorna spesso nella canzone con alcune variazioni sensibili ("dovunque mi giri / mi volti stelle, forse una di quelle si fa cercare / ti sta a guardare, si fa indicare da te / perpendicolare a te").
venerdì 29 marzo 2013
Pensieri e immagini da un sogno, Pacifico
Le cose non sono mai come le immaginiamo o le attendiamo, specialmente
se ci avevamo investito molto in aspettative e, con la lente
deformante della nostra impazienza, avevamo osato visualizzarci vere e
proprie scene di quello stralcio di futuro tanto desiderato. Sono
abbastanza grande da saperlo e abbastanza ingenua da dimenticarlo con
facilità, e durante l’esperienza che mi accingo a raccontare, il mio
primo concerto di Pacifico in compagnia di altri suoi fans, e nelle
ore immediatamente successive ne ho avuto una conferma evidentissima.
Ho imparato, o richiamato alla memoria, cosa sia quella gioia completa
e profonda che mi regalano le notti di note come quella del 14 marzo
al Bluenote di Milano, una gioia tanto preziosa quanto così fragile
che il più piccolo frammento di prosaica realtà, come un ago
sottilissimo ma implacabile, può infrangerla e farla esplodere come un
invisibile palloncino. A distanza di giorni mi piacerebbe essere
ancora circondata da quella bolla di sogno, vorrei che non mi avesse
abbandonato quel sorriso da paresi facciale che non ho perso un attimo
durante il concerto, continuare a riempirmi dello stesso stupore e
della stessa gratitudine che ho provato per ogni nuova conoscenza,
ogni arpeggio della chitarra, ogni nota anche non perfetta, ogni
intervento parlato e incontro personale con Gino. Ma la realtà è così
tiranna che la sensazione che prestissimo ha cominciato a inondarmi è
strana, come se l'essermi lasciata così coinvolgere e trasportare da
quest'uomo in un'altra dimensione, anche per poche ore, fosse una
colpa per la quale devo chiedere scusa al mondo, una roba da sciocchi
o da immaturi. Avevo la netta impressione che, se avessi aspettato
anche pochi giorni a fotografare quanto mi è rimasto di quelle quattro
ore, la realtà tiranna mi avrebbe privato dei frammenti di quella
bolla che io invece, seppure di nascosto, voglio conservare e che
difficilmente un filmato potrà restituirmi.
Non era un pensiero tanto assurdo, perché certamente il tempo non mi è
stato amico e quasi mai sono stata di quell’umore sereno, che aiuta a
creare dentro di me uno spazio libero da cui escludere le
preoccupazioni quotidiane e nel quale lasciar entrare e scorrere
liberi solo i ricordi più luminosi per immortalarli nelle parole. Se
anche questa volta sono riuscita a scattare questa singolare
fotografia è stato soprattutto grazie a due persone per me speciali,
entrambe conosciute per la prima volta nelle parole di racconti a tema
musicale: la prima in ordine di tempo è Silvia di Pisa, splendida
fondatrice del sito dedicato a Claudio Baglioni
www.unaparolaperte.net, che ho incontrato anni fa navigando sulle sue
pagine ed in poco tempo è divenuta una carissima amica. È grazie a lei
che avevo già vissuto concerti in compagnia di persone con cui
condivido la passione per un artista, e la sua capacità di custodire
nel cuore queste esperienze e tradurle in parole semplici e poetiche
mi ha suggerito l’idea di raccogliere anch’io il suo invito, discreto
e costante, a non smettere di trasmettere. La seconda è Maria, un
regalo che ho ricevuto l’anno scorso dopo aver inserito il mio primo
racconto su Pacifico nel gruppo di facebook frequentato dai suoi fans;
in questi mesi ho scoperto con gioia la sua umanità e i tratti che ci
accomunano e mi onora di una stima immeritata, specialmente della mia
abilità di scrittura. Ho letto il suo messaggio che mi spingeva al
racconto, ma già prima sapevo che attendeva le mie parole e desideravo
portarla con me nella serata di giovedì scorso, e questo pensiero mi
ha aiutato a compiere nuovamente il lunghissimo viaggio per rientrare
nella dimensione fantastica del concerto, ora senza vergogna alcuna e
con piacere.
Avevo deciso di parteciparvi soltanto due settimane prima ed ero
entusiasta di ritrovare Pacifico a nemmeno un anno dall’ultimo live al
teatro Franco Parenti, in una location per me nuova e ricca di fascino
così come la compagnia di Roberta e Alessandra, amiche del gruppo che
non finirò di ringraziare per la disponibilità e cordialità che mi
hanno dimostrato. La sera del 14 marzo io e Alessandra ci siamo
incontrate sotto casa sua alle 19 circa e in macchina ci siamo avviate
al bluenote, dopo essere andate a prendere Roberta alla vicina fermata
del tram; al locale ci ha raggiunto Gabriele, anche lui parte del
gruppo, e siamo entrati poco prima delle 20. All’arrivo ho trovato ad
aspettarmi la prima sorpresa, Gino era li' e con gli altri sono andata
a salutarlo; ero elettrizzata dalla gioia, ma sono rimasta davvero
esterrefatta quando, appena mi ha notato, mi ha anche chiamato per
nome! In realtà si ricordava benissimo di tutti noi e io sono stata
l’unica a meravigliarmi, ma i miei compagni di viaggio erano fans di
lunga data mentre io, benché lo segua da sette anni, gli avevo parlato
soltanto una volta lo scorso anno alla Fnac... ciao Alissa? Che
significa questo capovolgimento di ruoli? Di norma sono io, Gino, che
ti riconosco e corro a salutarti, non tu che riconosci me! Chissà, è
vero che Pacifico ha una memoria incredibile e che scrivo spesso sulle
sue pagine di facebook e twitter, e forse ho un nome abbastanza
particolare da rimanere impresso, come il mio volto, anche a uno dei
miei cantanti preferiti! Tutti e quattro ci siamo fermati qualche
istante a chiacchierare e scherzare con lui; gli altri erano spigliati
e si divertivano a scambiarsi battute di spirito, Alessandra gli ha
raccontato di aver appena preso una multa per colpa sua e Roberta ha
minacciato di scappare all'alcatraz a sentire i munford and sons se
non fosse stata soddisfatta! Io invece non perdo l'emozione che mi
accompagna sempre quando mi capita di parlare di persona con qualcuno
che sa darmi così tanto, dunque mi sono mostrata poco loquace,
nonostante il luogo e il fatto che Gino ormai mi conosca mi abbiano da
subito trasmesso un senso di intimità, come in una famiglia. Poiché
era presto e il Bluenote non era ancora affollato, il tavolo proprio
accanto al palco è stato nostro, tanto che allungando il braccio
sinistro potevo quasi toccare la pedana!L'attesa è trascorsa tra un
leggero spuntino, qualche foto e molte chiacchiere tra di noi e con
altri membri del gruppo che man mano si accomodavano in sala, fino al
momento in cui Gino ha dato inizio alla musica alle 21,15 insieme a
due soli validi musicisti, Silvio Masanotti alla chitarra e Ivan
Ciccarelli alle percussioni.
Anche in virtù del gruppo ristretto da cui era accompagnato mi ha
trasportato in modo nuovo nelle sue canzoni: gli arrangiamenti com’è
naturale erano rivisitati, essenzialissimi, sembrava che contenessero
degli spazi che stava a noi colmare con i nostri battiti, le immagini
e i suoni che associamo ai singoli brani. L’ho percepito fin dalla
prima canzone, “Pacifico”, non dirompente di per sé ma se riuscivo a
riprodurre nella mia mente, come nei live precedenti, il senso e il
suono delle onde alte cento metri e dei venti che scuotono i vetri e
il mio corpo. “In cosa credi” era il titolo dello spettacolo, la
domanda che il cantautore ha rivolto a se stesso prima di presentarci
in forma di musica e brevi racconti le parziali risposte che si è dato
di giorno in giorno. La scaletta era composta da pezzi noti adatti
allo scopo e al luogo, inediti intensi e tutti da scoprire e qualche
cover amata da Pacifico come “Pasqualino marajah”. I racconti che
leggeva quasi tra una canzone e l’altra erano simili a monologhi
teatrali in prima persona, vere e proprie finestre sul suo mondo per
come ce lo vuole mostrare, e mi ha colpito questo desiderio per nulla
scontato di condividere la sua storia; mi sono rivista in quel ragazzo
che passa ore e ore a fantasticare guardando fuori dalla sua casa di
Milano, ho pensato alla mia radio che come la sua ha assistito
discreta a tante tappe decisive della mia vita, alla gioia che fin da
piccola ricevo dal rumore del mare udito in estate. Questi racconti,
dei quali Pacifico aveva condiviso almeno il nucleo sulla sua pagina
facebook nei giorni precedenti il live, erano parte integrante dello
spettacolo, sullo stesso piano delle canzoni, anch’essi frutto di
instancabile studio e labor limae. È vero che, come ritiene la maggior
parte delle persone che avevo intorno, poteva risultare un po'
difficile seguirne il filo e l’artista appariva meno spontaneo
rispetto agli scoppiettanti interventi parlati a cui ci ha abituato,
nei quali un ruolo chiave spettava all’improvvisazione. Io però non mi
sono annoiata nemmeno un minuto, non sarei una letterata se non
nutrissi un’autentica passione per una parola così ricercata e
poetica! Non sono mancati i passaggi divertenti e scherzosi, per fare
un solo esempio Gino ha dichiarato più volte di voler finire così
tardi che… non solo sarebbero state chiuse le metro, ma ci sarebbero
state le prime vecchiette a prendere il numero agli esami del sangue!
È però chiaro che, pensando ai concerti degli inizi di cui ho solo
esperienza indiretta ma anche al primo cui ho assistito quattro anni
fa, mi accorgo che lo stile è cambiato, nel senso che, quando il
poliedrico personaggio guadagna il palco portando tutto se stesso, ora
è più a fuoco il suo lato riflessivo volutamente inserito in una
cornice strutturata, che a mio avviso non è meno interessante di
quello più vivace e frizzante emerso in altre occasioni. Sono rimasta
in rapito ascolto quasi per l’intero concerto, mi è venuto da cantare
soltanto “A nessuno” per il suo ritmo incalzante e perché mi era
naturale intonare il controcanto eseguito nel disco da N A N O, e “Le
mie parole”, perché dal vivo di fronte a Gino la sento più vera che
mai. Ho avuto l’impressione, spero non troppo ingenua e ottimista, che
il resto del pubblico fosse del pari attento e non addormentato;
spesso gli applausi partivano dopo che l’ultima corda della chitarra
aveva smesso di vibrare e i silenzi sono stati più assoluti e numerosi
che in qualsiasi altro live che io ricordi, e per me erano un aiuto ad
ascoltare le mie emozioni amplificate e pure. La voce di Gino era
tutt’altro che impeccabile nell’intonazione e si avvertiva che
arrivare in alto gli costava fatica, ma questo non mi ha impedito di
gustarmi pienamente le sue melodie e i suoi testi. Ad un certo punto,
al termine di una riflessione sulle canzoni d’amore in genere e in
particolare sui sentimenti propri di molte storie a distanza, è
comparsa Cristina Marocco introdotta da Pacifico con una pletora di
aggettivi complimentosi (meravigliosa, splendente ecc. ecc.) dopo aver
scherzato con la sua consueta autoironia sulle due o tre carie che ci
saremmo ritrovati a causa sua! Hanno unito le loro voci in L'ora
misteriosa e Parlami radio, e Cristina era come la ricordavo,
aggraziata, emozionata e felice di condividere quel pubblico con Gino
nonostante non fosse, almeno all’apparenza, il più caloroso che si
possa immaginare!
La canzone conclusiva è stata Infinita è la notte come alla Fnac, un
brano che allarga l'orizzonte con lo sguardo della mente che cerca di
abbracciare il tutto e lo restringe alle parole antiche senza età
pronunciate in una stanza, e questo contrasto armonico mi ha
affascinato anche più che negli altri live. Dopo le ultime note di un
simile spettacolo, per molti di noi metterci rispettosamente in fila
vicino all’angolo dove Gino si era fermato a salutare e firmare
autografi è stato quasi normale, come fosse ormai un amico, tanto che
ho pensato che accidenti non mi sarei agitata, per scoprire al mio
turno che di nuovo mi sbagliavo. Gli ho afferrato la mano e alla sua
domanda se mi fosse piaciuto il concerto ho risposto che per me era
troppo, troppa grazia, senza esagerazione alcuna perché era
precisamente quello che sentivo, e lui ha ribattuto “la prossima volta
lo faremo meno bello!”, prendendomi benevolmente in giro; oltre a
ringraziarlo più di una volta sono riuscita soltanto a confidargli
quella sensazione di calore familiare che fin dai primi istanti avevo
respirato. Mentre parafrasando Claudio Baglioni mi contavo le parole
in tasca, lui autografava per me una cartolina e ci scriveva “grazie
per la tua attenzione”, una frase che ho percepito come sincera e in
armonia con il contesto e il modo in cui avevo vissuto la serata.
Anche i miei compagni di viaggio hanno avuto la loro dedica e
volentieri siamo andati anche a fare i complimenti a Cristina, che
sembrava davvero contenta pur non perdendo mai il suo atteggiamento
misurato. Prima di lasciare il Bluenote Alessandra ha scattato una
foto a me e a Gino abbracciati sottraendo all’oblio anche la mia
espressione incantata e riconoscente, e con questa dolcissima immagine
chiudo il cerchio ideale che, come un confine sottile ma nitido,
separa nella mia memoria quattro ore di sogno dal tempo ordinario
della realtà.
se ci avevamo investito molto in aspettative e, con la lente
deformante della nostra impazienza, avevamo osato visualizzarci vere e
proprie scene di quello stralcio di futuro tanto desiderato. Sono
abbastanza grande da saperlo e abbastanza ingenua da dimenticarlo con
facilità, e durante l’esperienza che mi accingo a raccontare, il mio
primo concerto di Pacifico in compagnia di altri suoi fans, e nelle
ore immediatamente successive ne ho avuto una conferma evidentissima.
Ho imparato, o richiamato alla memoria, cosa sia quella gioia completa
e profonda che mi regalano le notti di note come quella del 14 marzo
al Bluenote di Milano, una gioia tanto preziosa quanto così fragile
che il più piccolo frammento di prosaica realtà, come un ago
sottilissimo ma implacabile, può infrangerla e farla esplodere come un
invisibile palloncino. A distanza di giorni mi piacerebbe essere
ancora circondata da quella bolla di sogno, vorrei che non mi avesse
abbandonato quel sorriso da paresi facciale che non ho perso un attimo
durante il concerto, continuare a riempirmi dello stesso stupore e
della stessa gratitudine che ho provato per ogni nuova conoscenza,
ogni arpeggio della chitarra, ogni nota anche non perfetta, ogni
intervento parlato e incontro personale con Gino. Ma la realtà è così
tiranna che la sensazione che prestissimo ha cominciato a inondarmi è
strana, come se l'essermi lasciata così coinvolgere e trasportare da
quest'uomo in un'altra dimensione, anche per poche ore, fosse una
colpa per la quale devo chiedere scusa al mondo, una roba da sciocchi
o da immaturi. Avevo la netta impressione che, se avessi aspettato
anche pochi giorni a fotografare quanto mi è rimasto di quelle quattro
ore, la realtà tiranna mi avrebbe privato dei frammenti di quella
bolla che io invece, seppure di nascosto, voglio conservare e che
difficilmente un filmato potrà restituirmi.
Non era un pensiero tanto assurdo, perché certamente il tempo non mi è
stato amico e quasi mai sono stata di quell’umore sereno, che aiuta a
creare dentro di me uno spazio libero da cui escludere le
preoccupazioni quotidiane e nel quale lasciar entrare e scorrere
liberi solo i ricordi più luminosi per immortalarli nelle parole. Se
anche questa volta sono riuscita a scattare questa singolare
fotografia è stato soprattutto grazie a due persone per me speciali,
entrambe conosciute per la prima volta nelle parole di racconti a tema
musicale: la prima in ordine di tempo è Silvia di Pisa, splendida
fondatrice del sito dedicato a Claudio Baglioni
www.unaparolaperte.net, che ho incontrato anni fa navigando sulle sue
pagine ed in poco tempo è divenuta una carissima amica. È grazie a lei
che avevo già vissuto concerti in compagnia di persone con cui
condivido la passione per un artista, e la sua capacità di custodire
nel cuore queste esperienze e tradurle in parole semplici e poetiche
mi ha suggerito l’idea di raccogliere anch’io il suo invito, discreto
e costante, a non smettere di trasmettere. La seconda è Maria, un
regalo che ho ricevuto l’anno scorso dopo aver inserito il mio primo
racconto su Pacifico nel gruppo di facebook frequentato dai suoi fans;
in questi mesi ho scoperto con gioia la sua umanità e i tratti che ci
accomunano e mi onora di una stima immeritata, specialmente della mia
abilità di scrittura. Ho letto il suo messaggio che mi spingeva al
racconto, ma già prima sapevo che attendeva le mie parole e desideravo
portarla con me nella serata di giovedì scorso, e questo pensiero mi
ha aiutato a compiere nuovamente il lunghissimo viaggio per rientrare
nella dimensione fantastica del concerto, ora senza vergogna alcuna e
con piacere.
Avevo deciso di parteciparvi soltanto due settimane prima ed ero
entusiasta di ritrovare Pacifico a nemmeno un anno dall’ultimo live al
teatro Franco Parenti, in una location per me nuova e ricca di fascino
così come la compagnia di Roberta e Alessandra, amiche del gruppo che
non finirò di ringraziare per la disponibilità e cordialità che mi
hanno dimostrato. La sera del 14 marzo io e Alessandra ci siamo
incontrate sotto casa sua alle 19 circa e in macchina ci siamo avviate
al bluenote, dopo essere andate a prendere Roberta alla vicina fermata
del tram; al locale ci ha raggiunto Gabriele, anche lui parte del
gruppo, e siamo entrati poco prima delle 20. All’arrivo ho trovato ad
aspettarmi la prima sorpresa, Gino era li' e con gli altri sono andata
a salutarlo; ero elettrizzata dalla gioia, ma sono rimasta davvero
esterrefatta quando, appena mi ha notato, mi ha anche chiamato per
nome! In realtà si ricordava benissimo di tutti noi e io sono stata
l’unica a meravigliarmi, ma i miei compagni di viaggio erano fans di
lunga data mentre io, benché lo segua da sette anni, gli avevo parlato
soltanto una volta lo scorso anno alla Fnac... ciao Alissa? Che
significa questo capovolgimento di ruoli? Di norma sono io, Gino, che
ti riconosco e corro a salutarti, non tu che riconosci me! Chissà, è
vero che Pacifico ha una memoria incredibile e che scrivo spesso sulle
sue pagine di facebook e twitter, e forse ho un nome abbastanza
particolare da rimanere impresso, come il mio volto, anche a uno dei
miei cantanti preferiti! Tutti e quattro ci siamo fermati qualche
istante a chiacchierare e scherzare con lui; gli altri erano spigliati
e si divertivano a scambiarsi battute di spirito, Alessandra gli ha
raccontato di aver appena preso una multa per colpa sua e Roberta ha
minacciato di scappare all'alcatraz a sentire i munford and sons se
non fosse stata soddisfatta! Io invece non perdo l'emozione che mi
accompagna sempre quando mi capita di parlare di persona con qualcuno
che sa darmi così tanto, dunque mi sono mostrata poco loquace,
nonostante il luogo e il fatto che Gino ormai mi conosca mi abbiano da
subito trasmesso un senso di intimità, come in una famiglia. Poiché
era presto e il Bluenote non era ancora affollato, il tavolo proprio
accanto al palco è stato nostro, tanto che allungando il braccio
sinistro potevo quasi toccare la pedana!L'attesa è trascorsa tra un
leggero spuntino, qualche foto e molte chiacchiere tra di noi e con
altri membri del gruppo che man mano si accomodavano in sala, fino al
momento in cui Gino ha dato inizio alla musica alle 21,15 insieme a
due soli validi musicisti, Silvio Masanotti alla chitarra e Ivan
Ciccarelli alle percussioni.
Anche in virtù del gruppo ristretto da cui era accompagnato mi ha
trasportato in modo nuovo nelle sue canzoni: gli arrangiamenti com’è
naturale erano rivisitati, essenzialissimi, sembrava che contenessero
degli spazi che stava a noi colmare con i nostri battiti, le immagini
e i suoni che associamo ai singoli brani. L’ho percepito fin dalla
prima canzone, “Pacifico”, non dirompente di per sé ma se riuscivo a
riprodurre nella mia mente, come nei live precedenti, il senso e il
suono delle onde alte cento metri e dei venti che scuotono i vetri e
il mio corpo. “In cosa credi” era il titolo dello spettacolo, la
domanda che il cantautore ha rivolto a se stesso prima di presentarci
in forma di musica e brevi racconti le parziali risposte che si è dato
di giorno in giorno. La scaletta era composta da pezzi noti adatti
allo scopo e al luogo, inediti intensi e tutti da scoprire e qualche
cover amata da Pacifico come “Pasqualino marajah”. I racconti che
leggeva quasi tra una canzone e l’altra erano simili a monologhi
teatrali in prima persona, vere e proprie finestre sul suo mondo per
come ce lo vuole mostrare, e mi ha colpito questo desiderio per nulla
scontato di condividere la sua storia; mi sono rivista in quel ragazzo
che passa ore e ore a fantasticare guardando fuori dalla sua casa di
Milano, ho pensato alla mia radio che come la sua ha assistito
discreta a tante tappe decisive della mia vita, alla gioia che fin da
piccola ricevo dal rumore del mare udito in estate. Questi racconti,
dei quali Pacifico aveva condiviso almeno il nucleo sulla sua pagina
facebook nei giorni precedenti il live, erano parte integrante dello
spettacolo, sullo stesso piano delle canzoni, anch’essi frutto di
instancabile studio e labor limae. È vero che, come ritiene la maggior
parte delle persone che avevo intorno, poteva risultare un po'
difficile seguirne il filo e l’artista appariva meno spontaneo
rispetto agli scoppiettanti interventi parlati a cui ci ha abituato,
nei quali un ruolo chiave spettava all’improvvisazione. Io però non mi
sono annoiata nemmeno un minuto, non sarei una letterata se non
nutrissi un’autentica passione per una parola così ricercata e
poetica! Non sono mancati i passaggi divertenti e scherzosi, per fare
un solo esempio Gino ha dichiarato più volte di voler finire così
tardi che… non solo sarebbero state chiuse le metro, ma ci sarebbero
state le prime vecchiette a prendere il numero agli esami del sangue!
È però chiaro che, pensando ai concerti degli inizi di cui ho solo
esperienza indiretta ma anche al primo cui ho assistito quattro anni
fa, mi accorgo che lo stile è cambiato, nel senso che, quando il
poliedrico personaggio guadagna il palco portando tutto se stesso, ora
è più a fuoco il suo lato riflessivo volutamente inserito in una
cornice strutturata, che a mio avviso non è meno interessante di
quello più vivace e frizzante emerso in altre occasioni. Sono rimasta
in rapito ascolto quasi per l’intero concerto, mi è venuto da cantare
soltanto “A nessuno” per il suo ritmo incalzante e perché mi era
naturale intonare il controcanto eseguito nel disco da N A N O, e “Le
mie parole”, perché dal vivo di fronte a Gino la sento più vera che
mai. Ho avuto l’impressione, spero non troppo ingenua e ottimista, che
il resto del pubblico fosse del pari attento e non addormentato;
spesso gli applausi partivano dopo che l’ultima corda della chitarra
aveva smesso di vibrare e i silenzi sono stati più assoluti e numerosi
che in qualsiasi altro live che io ricordi, e per me erano un aiuto ad
ascoltare le mie emozioni amplificate e pure. La voce di Gino era
tutt’altro che impeccabile nell’intonazione e si avvertiva che
arrivare in alto gli costava fatica, ma questo non mi ha impedito di
gustarmi pienamente le sue melodie e i suoi testi. Ad un certo punto,
al termine di una riflessione sulle canzoni d’amore in genere e in
particolare sui sentimenti propri di molte storie a distanza, è
comparsa Cristina Marocco introdotta da Pacifico con una pletora di
aggettivi complimentosi (meravigliosa, splendente ecc. ecc.) dopo aver
scherzato con la sua consueta autoironia sulle due o tre carie che ci
saremmo ritrovati a causa sua! Hanno unito le loro voci in L'ora
misteriosa e Parlami radio, e Cristina era come la ricordavo,
aggraziata, emozionata e felice di condividere quel pubblico con Gino
nonostante non fosse, almeno all’apparenza, il più caloroso che si
possa immaginare!
La canzone conclusiva è stata Infinita è la notte come alla Fnac, un
brano che allarga l'orizzonte con lo sguardo della mente che cerca di
abbracciare il tutto e lo restringe alle parole antiche senza età
pronunciate in una stanza, e questo contrasto armonico mi ha
affascinato anche più che negli altri live. Dopo le ultime note di un
simile spettacolo, per molti di noi metterci rispettosamente in fila
vicino all’angolo dove Gino si era fermato a salutare e firmare
autografi è stato quasi normale, come fosse ormai un amico, tanto che
ho pensato che accidenti non mi sarei agitata, per scoprire al mio
turno che di nuovo mi sbagliavo. Gli ho afferrato la mano e alla sua
domanda se mi fosse piaciuto il concerto ho risposto che per me era
troppo, troppa grazia, senza esagerazione alcuna perché era
precisamente quello che sentivo, e lui ha ribattuto “la prossima volta
lo faremo meno bello!”, prendendomi benevolmente in giro; oltre a
ringraziarlo più di una volta sono riuscita soltanto a confidargli
quella sensazione di calore familiare che fin dai primi istanti avevo
respirato. Mentre parafrasando Claudio Baglioni mi contavo le parole
in tasca, lui autografava per me una cartolina e ci scriveva “grazie
per la tua attenzione”, una frase che ho percepito come sincera e in
armonia con il contesto e il modo in cui avevo vissuto la serata.
Anche i miei compagni di viaggio hanno avuto la loro dedica e
volentieri siamo andati anche a fare i complimenti a Cristina, che
sembrava davvero contenta pur non perdendo mai il suo atteggiamento
misurato. Prima di lasciare il Bluenote Alessandra ha scattato una
foto a me e a Gino abbracciati sottraendo all’oblio anche la mia
espressione incantata e riconoscente, e con questa dolcissima immagine
chiudo il cerchio ideale che, come un confine sottile ma nitido,
separa nella mia memoria quattro ore di sogno dal tempo ordinario
della realtà.
sabato 19 gennaio 2013
Alcune considerazioni sull'album "Eva contro Eva" di Carmen Consoli
L'album uscito nel 2006 segna il compimento della svolta già in parte avviata con "l'eccezione", che non a tutti è piaciuta per una presunta perdita della vena rock, la mancanza delle chitarre distorte degli album precedenti. Ciò è stato sottolineato da più parti nel bene e nel male, il mio obiettivo ora è di sottolineare il fascino che esercita su di me questo ritorno alle origini, alle radici della musica perché no anche regionale, ed anche i punti di continuità con la Carmen Consoli precedente dalla quale così spesso sono state evidenziate solo le differenze. Questa cantante ha certamente uno stile riconoscibile ma non si può considerare monolitica, legata ad un unico genere o ad un unico tipo di sonorità; credo che si noti facilmente non solo ascoltando "l'eccezione" ma anche ponendo attenzione ai due album "confusa e felice" e "mediamente isterica" che rappresentano tuttora il motivo principale del suo successo. Mi è capitato di sentirle affermare che quando scrive le sue canzoni sono i testi che modellano gran parte della musica, e ritengo che una delle sue peculiarità sia proprio quella di non creare contrasto tra le parole e la melodia e gli arrangiamenti che le accompagnano; come paradigma di questa sua caratteristica potrei proporre un confronto tra una delle pagine più pure e delicate del suo repertorio, "14 luglio", e uno sfogo diretto e senza ritorno come "per niente stanca".
Con "Eva contro Eva" la Consoli in parecchie canzoni mi sembra scendere nei dettagli di una realtà che prima non aveva mai esplorato, quella della sua Sicilia osservata dal punto di vista delle persone umili dei paesini delle quali descrive alcuni episodi della vita e soprattutto i pensieri; era inevitabile che questo portasse la cantautrice a ricercare una musicalità nuova ed essenziale, e per ottenere questo risultato si è avvalsa della collaborazione del gruppo tradizionale siciliano dei Laudari.
Le chitarre e i flauti dunque giocano un ruolo centrale e creano l'atmosfera antica che permea tutte le canzoni e valorizza i testi quasi tutti piuttosto drammatici, ma anche su questo è bene sfumare il giudizio: a caldo, appena ascoltato l'album, ho avuto l'impressione di un quadro oscuro con un'unica finestra di speranza, la canzone conclusiva "il sorriso di Atlantide"; in realtà alcuni di questi pezzi sono carichi di disillusione e denuncia, ma guardando meglio per esempio a "madre terra" si coglie più ancora del compianto per la sorte dell'Africa "violata abusata e offesa" la gioia e l'intensità di quel continente legato alle proprie tradizioni ma pronto ad accogliere maternamente, espressa in primo luogo dalla voce armoniosa di Angelique Chigio; le parole in cui le voci delle due cantanti si accordano, posizionate in fine di verso nell'inciso, tra cui anche lo stesso titolo "madre terra", sono le più significative, l'invocazione unisce Oriente ed Occidente nello stesso bisogno del caldo abbraccio di una madre comune. È questa un'affermazione positiva o almeno una speranza legittima, l'aspirazione che si riconosca l'universalità dei bisogni primari e quindi dei diritti elementari; questo senza annunci e senza scandali, con quelle risorse consentite dal linguaggio musicale così ricco e capace di trasmettere messaggi per più canali in contemporanea, in questo in parte simile al teatro, almeno nel caso di una cantante che estende più che può le sue ricerche e adatta i mezzi a sua disposizione sia al suo stile sia alle esigenze espressive del momento.
Quando il CD era uscito da pochi giorni, prima ancora di acquistarlo, ho avuto il piacere di ascoltarlo dal vivo durante il tour associato con l'accompagnamento dei Laudari; mi ha colpito il pathos che si è creato nonostante fossi al forum di Assago, in quelle canzoni dove il ruolo principale spettava alle parole, come "la dolce attesa": esse arrivavano in tutti gli angoli della sala con la stessa forza proprio come a teatro, e questo era senz'altro favorito dall'essenzialità degli arrangiamenti pur curatissimi; la storia mi si è dipinta davanti alle sole parole "gravidanza isterica", e si faceva via via più chiara per il numero di dettagli sugli stati d'animo e le azioni della protagonista che non a caso rimane anonima, in contrasto con l'atteggiamento di indifferenza delle persone che ha intorno che, dopo averla indotta in errore, tollerano di esporla ad una grave sofferenza "per viltà", questo il commento di Carmen che si inserisce nella storia in modo esplicito ed implicito e, com'è sua abitudine, non la racconta soltanto nella sua crudezza. Interviene da vera maestra aprendo l'inciso con un "mentre aspettava il lieto evento che mai avrebbe avuto luogo", chiarendo ancora meglio la situazione di quella donna, poi descrivendo con minuta precisione i suoi preparativi per il parto, i suoi stati d'animo e la percezione di quella creatura nel suo corpo che in realtà è solo una sua idea ("sentiva quell'essere muoversi con grazia superba come un trapezista in scena"; le anafore unite alle climax ascendenti esprimono bene l'attesa che si prolunga tra l'inerzia di tutti e la felicità crescente della protagonista che è destinata a tramutarsi in un abisso di disperazione. Da questo e dal fatto che il titolo di una simile canzone è "la dolce attesa" si evince la simpatia di Carmen per la protagonista e il suo disprezzo per l'ipocrisia di "tutti": li chiama sempre così per dare ancora più risalto alla solitudine della donna nel suo dramma, e a volte condanna apertamente la loro viltà, a volte li colpisce con il suo tipico sarcasmo fingendo di spiegare il loro punto di vista come se fosse ragionevole ("sarebbe stata questione di giorni, ed avrebbe chiarito da sé l'increscioso equivoco di cui era la sola ed unica artefice"). La canzone si chiude con gli ultimi istanti di quell'attesa così pienamente vissuta dalla donna ("mistica e lenta la dolce attesa"), non c'è bisogno di raccontare un finale ovvio e terribile, che si conosceva fin dalle prime battute.
Altra aspra condanna dell'ipocrisia e della credulità popolare è la canzone "Maria Catena", la storia di un'altra donna questa volta con un nome parlante che ci mostra subito lo stato di prigionia ingiusta, umiliante e difficile da scrollarsi in cui la protagonista si trova: è vittima dei pettegolezzi della gente che, fidandosi di chiacchiere infondate e menzognere, la accusa di colpe che non ha commesso e la esclude dalla comunità in maniera sia sostanziale sia formale: emblematico in questo senso "il rifiuto del parroco di darle l'ostia" da cui prende spunto l'intera riflessione di Carmen. Anche qui la cantautrice sta decisamente dalla parte della protagonista alla quale nell'inciso si rivolge direttamente con accenti pietosi e comprensivi ("anche tu conosci quel nodo che stringe la gola") e di amara ironia ("e ti chiedi se più che un dispetto il tuo nome sia stato un presagio"); nelle strofe invece si concentra sul racconto in terza persona della situazione nella quale l'hanno messa i compaesani, dal primo all'ultimo, che sono assolti o assolvono "da più di vent'anni dai soliti peccati", vanno in chiesa con regolarità ma sono lontani mille miglia dalla vera religiosità ("Cristo in croce sembrava alquanto avvilito dai vizietti di provincia"). Il ritornello si ripete sempre identico e questo, unito alle parole stesse di Carmen, fa pensare ad un ripetersi del medesimo inferno da tempo immemorabile, ed ogni volta il dolore si rinnova tal quale perché il pettegolezzo alla lunga si alimenta ed acquista sempre più credito ("stai ancora scontando l'ingiusta condanna nel triste girone della maldicenza"); il girone mi evoca l'immagine di una pena che non conosce tregua e va oltre il tempo, ininterrotta come il trasmettersi delle chiacchiere di padre in figlio, inseparabile dalla misera condannata come il suo infausto nome. L'episodio che qui si racconta è ambientato in chiesa durante la messa, e Carmen nella prima strofa dà un'immagine immediata della comunità "il vecchio prelato assolveva quel gregge da più di vent'anni dai soliti peccati"; gregge però non in senso cristiano e quindi positivo, di docili creature che si affidano al loro pastore, ma, come si evince dal rimando ai "soliti peccati" e dalle immagini così violente appena successive ("il pettegolezzo imburrato infornato e mangiato, quale prelibatezza e meschina delizia per palati volgari, larghe bocche d'amianto fetide come acque stagnanti), il termine gregge serve ad indicare pecore senza discernimento che seguono altre pecore senza chiedersi dove stiano andando ed accettando come oro colato qualunque bugia; Cristo in croce più volte chiamato in causa, l'unico che conosce la verità e non a caso lontano da tutti in quella chiesa, "mostrava un sorriso indulgente e quasi incredulo".
sabato 5 gennaio 2013
Il mio ricordo di Valentina Giovagnini
Il mio ricordo di Valentina Giovagnini
Oggi vorrei soffermarmi brevemente a ricordare una cantante italiana che ha dato molto alla musica ma è rimasta una promessa, perché ci ha lasciati per le ferite riportate in un incidente stradale il 2 gennaio 2009 a soli 28 anni. Era una serata tranquilla e mi trovavo qui in Valle d'Aosta quando diedero la notizia ad un telegiornale, pochi secondi e nessun servizio che raccontasse un frammento della storia di questa Valentina Giovagnini a chi non la conosceva. A me però quel nome ha richiamato subito una voce chiara e un paio di canzoni molto originali e gradevoli che risalivano a sette anni prima: infatti già nel 2002 avevo il vizio, che non ho alcuna intenzione di perdere, di seguire passo per passo il festival di Sanremo e dedicare un interesse speciale alle nuove proposte. Quell'anno una ragazza timida e riservata dalla voce cristallina si presentò con "il passo silenzioso della neve" e si classificò seconda con merito; non mi colse un'emozione dirompente ascoltando quel brano, forse ero ancora troppo giovane per apprezzare quelle sonorità inconsuete, e nemmeno in seguito, benché abbia riscoperto la grazia di quelle note, Valentina è diventata una delle mie cantanti preferite; ma non l'avevo dimenticata, la voce della giornalista riferiva di un incidente capitato a una persona che per me era un timbro chiaro e definito. Nei momenti successivi, cercando approfondimenti sulla notizia e su Valentina, ho avvertito più acuta la sensazione che mi aveva sorpreso durante il telegiornale: mi sono sentita straordinariamente coinvolta, interrogata da questo spiacevole evento, molto diversamente dalle molte altre volte in cui ho udito notizie simili. Ora si trattava di una ragazza poco più grande dei vent'anni che avevo allora; era laureata in lettere e io frequentavo il primo anno della stessa facoltà; era appassionata di musica tout-court e in particolare di quella tradizionale della sua Toscana e, dopo la partecipazione a Sanremo, si era concentrata sull'insegnamento del canto. Quel silenzio con cui normalmente reagisco di fronte alla perdita di qualcuno era interrotto da un pensiero insistente: quella ragazza avrei potuto essere io. Non reggevano le facili e riduttive considerazioni che purtroppo vengono spontanee, quello/a correva da matti, era in discoteca a sballarsi e chissà cosa aveva bevuto ecc. ecc.; Valentina non solo era una voce nota, ma mi somigliava più di quanto avrei pensato. Quella sensazione andava ben al di là di una consapevolezza, non era frutto di un ragionamento ma sembrava un grido del cuore, carico di di domande cui era ed è difficile rispondere, genuino e sincero. Questo grido non è caduto nel vuoto perché ho la fortuna e la grazia di trovare un senso nella preghiera, e in questi quattro anni ho letto spesso sul web le parole di persone per cui Valentina è stata ed è una presenza reale. Ho appreso dell'associazione a lei intitolata, attiva in opere di solidarietà in paesi come il Nicaragua, e del premio Valentina Giovagnini dedicato a nuovi talenti della musica, manifestazione che si svolge a settembre a Pozzo della Chiana alla quale un giorno mi piacerebbe assistere. Ho avuto il tempo di affezionarmi alla voce di Valentina, unica e semplice, che scorre naturale, come il prodotto del talento e insieme di uno studio scrupoloso. Nel disco "l'amore non ha fine", uscito postumo, la stessa voce limpida ci trasporta come una fata in atmosfere di sogno, e si accompagna con differenti sfumature ai brani più carichi di pathos e inquietudine, regalando all'insieme una bellezza dolce e leggiadra che non trovo parole per descrivere. Tutto quello che posso è offrire questi petali del mio tempo e aprire uno spazio alla memoria e alla gratitudine per le emozioni positive e vere che ricevo da questa giovane artista, nel senso più pieno e vasto del termine. Grazie, grazie e ancora grazie!
Oggi vorrei soffermarmi brevemente a ricordare una cantante italiana che ha dato molto alla musica ma è rimasta una promessa, perché ci ha lasciati per le ferite riportate in un incidente stradale il 2 gennaio 2009 a soli 28 anni. Era una serata tranquilla e mi trovavo qui in Valle d'Aosta quando diedero la notizia ad un telegiornale, pochi secondi e nessun servizio che raccontasse un frammento della storia di questa Valentina Giovagnini a chi non la conosceva. A me però quel nome ha richiamato subito una voce chiara e un paio di canzoni molto originali e gradevoli che risalivano a sette anni prima: infatti già nel 2002 avevo il vizio, che non ho alcuna intenzione di perdere, di seguire passo per passo il festival di Sanremo e dedicare un interesse speciale alle nuove proposte. Quell'anno una ragazza timida e riservata dalla voce cristallina si presentò con "il passo silenzioso della neve" e si classificò seconda con merito; non mi colse un'emozione dirompente ascoltando quel brano, forse ero ancora troppo giovane per apprezzare quelle sonorità inconsuete, e nemmeno in seguito, benché abbia riscoperto la grazia di quelle note, Valentina è diventata una delle mie cantanti preferite; ma non l'avevo dimenticata, la voce della giornalista riferiva di un incidente capitato a una persona che per me era un timbro chiaro e definito. Nei momenti successivi, cercando approfondimenti sulla notizia e su Valentina, ho avvertito più acuta la sensazione che mi aveva sorpreso durante il telegiornale: mi sono sentita straordinariamente coinvolta, interrogata da questo spiacevole evento, molto diversamente dalle molte altre volte in cui ho udito notizie simili. Ora si trattava di una ragazza poco più grande dei vent'anni che avevo allora; era laureata in lettere e io frequentavo il primo anno della stessa facoltà; era appassionata di musica tout-court e in particolare di quella tradizionale della sua Toscana e, dopo la partecipazione a Sanremo, si era concentrata sull'insegnamento del canto. Quel silenzio con cui normalmente reagisco di fronte alla perdita di qualcuno era interrotto da un pensiero insistente: quella ragazza avrei potuto essere io. Non reggevano le facili e riduttive considerazioni che purtroppo vengono spontanee, quello/a correva da matti, era in discoteca a sballarsi e chissà cosa aveva bevuto ecc. ecc.; Valentina non solo era una voce nota, ma mi somigliava più di quanto avrei pensato. Quella sensazione andava ben al di là di una consapevolezza, non era frutto di un ragionamento ma sembrava un grido del cuore, carico di di domande cui era ed è difficile rispondere, genuino e sincero. Questo grido non è caduto nel vuoto perché ho la fortuna e la grazia di trovare un senso nella preghiera, e in questi quattro anni ho letto spesso sul web le parole di persone per cui Valentina è stata ed è una presenza reale. Ho appreso dell'associazione a lei intitolata, attiva in opere di solidarietà in paesi come il Nicaragua, e del premio Valentina Giovagnini dedicato a nuovi talenti della musica, manifestazione che si svolge a settembre a Pozzo della Chiana alla quale un giorno mi piacerebbe assistere. Ho avuto il tempo di affezionarmi alla voce di Valentina, unica e semplice, che scorre naturale, come il prodotto del talento e insieme di uno studio scrupoloso. Nel disco "l'amore non ha fine", uscito postumo, la stessa voce limpida ci trasporta come una fata in atmosfere di sogno, e si accompagna con differenti sfumature ai brani più carichi di pathos e inquietudine, regalando all'insieme una bellezza dolce e leggiadra che non trovo parole per descrivere. Tutto quello che posso è offrire questi petali del mio tempo e aprire uno spazio alla memoria e alla gratitudine per le emozioni positive e vere che ricevo da questa giovane artista, nel senso più pieno e vasto del termine. Grazie, grazie e ancora grazie!
sabato 3 novembre 2012
Recensione del brano "il più grande dei miei sbagli" di Valeria Vaglio
"il più grande dei miei sbagli" è la canzone centrale dell'album “stato innaturale” di Valeria Vaglio, una delle più profonde e difficili da analizzare, a mio avviso un capolavoro: quasi ogni parola evoca una pluralità di immagini e le connessioni tra i pensieri appaiono labili e molteplici, proprio come quando lasciamo parlare la parte più profonda di noi stessi senza darle troppe istruzioni, e questa libertà è confermata dal fatto che, a fronte di altre canzoni con struttura anche metrica molto regolare, questa si regge solo su assonanze e mancano quasi del tutto le rime perfette. È la storia di una passione contrastata ma vissuta con la massima intensità, che nelle strofe viene raccontata attraverso affermazioni generali o che appaiono tali (numerose le espressioni impersonali con il noi, il tu e il si), mentre negli incisi Valeria si rivolge alla persona amata e le esprime direttamente quello che prova.
I primi versi sottolineano che basta un incontro a fare in modo che le reazioni del cuore non seguano la stessa direzione della mente, e la distinzione "quelli che incontriamo per caso o per destino" allarga l'insieme tanto che non si esclude nessuno degli incontri possibili nella vita, qualsiasi persona può non essere solo di passaggio. I battiti aumentano senza controllo alla vista di una stella caduta da un cielo sconosciuto, e quest'immagine fa subito pensare ad un desiderio che si avvera anche se non eravamo del tutto consapevoli di provarlo. Ma in quale delle due direzioni vanno allora i nostri atti? In alcune situazioni prevale quella del cuore, e Valeria sta parlando di una di queste; Di conseguenza vengono l'ingiustizia tra l'avere e il dare, l'impossibilità di definire i propri sussulti ed il bisogno di mantenere "all'erta i sensori di integrità morale, quand'è tutto concesso se a comandare è il cuore". Dagli incisi si evince che la fortissima passione qui descritta è inconciliabile con le regole e le categorie esterne a Valeria e dunque impossibile da realizzare in concreto, non sappiamo per quale motivo; perciò è inevitabile che essa provochi sofferenza e che la protagonista sia costretta a venire a patti con quella logica che non condivide: non può e non vuole ritirarsi ma solo "riuscire a stare un passo dietro tutta l'altra gente, sapendo che comunque sei la cosa più importante". È molto più facile vivere una passione o un amore in modo spontaneo e senza preoccuparsi delle conseguenze, ma quando ciò non è possibile tenere al centro quella persona restando indietro rispetto alla corsa del mondo ed esponendosi ai rischi che comporta il parziale distacco dalle leggi che lo governano, rinunciando così alla protezione che gliene deriverebbe, è una scelta coraggiosa e combattuta, e questo è il motivo della tensione che si coglie nell'interpretazione soprattutto degli incisi. Il primo si apre con l'immagine di un momento accanto alla persona amata che appare meravigliosa e capace di incantare come un angelo, e per associazione immediata si disegna nella mente di Valeria quella degli angeli dei quadri che le è capitato di vedere; il senso di dolore che questo le procura è reso con efficacia dalla scala discendente delle note che accompagnano le parole successive, acuito dall'opposizione con quei dipinti: lì è possibile fotografare un momento anche brevissimo, fare in modo che un sorriso o un tramonto durino tutta l'eternità, mentre nella realtà lo scorrere del tempo è implacabile e sottrae sempre troppo presto le immagini più belle e celestiali; trovarsi accanto alla persona amata diventa ogni volta una sorpresa, ed ogni volta è più straziante vederla svanire come un tramonto, interrompere l'incanto proprio quando meno lo si vorrebbe. Ci vuole coraggio anche per poter afferrare quei pochi istanti tuffi da due metri, e per dare spazio a piccoli gesti che possono far nascere e modificare emozioni più grandi, alleviare quella sofferenza pungente se solo si è disponibili ad accettarli e abbandonarsi alla loro semplicità. Anche esprimere a parole i propri sentimenti, magari rispondendo a domande casuali in qualunque contesto, può dare un senso di sollievo e Valeria dice a chiare lettere che non è segno di debolezza lasciare da parte le maschere anche se non completamente, almeno per pochi attimi: tante precauzioni e reticenze richiede accettare una storia come questa, dunque è naturale cercare quel leggero sollievo! La seconda strofa finisce con la frase "se avessi tempo e fiato non proverei timore di intrecciare male il senso e le parole", e non è difficile pensare a circostanze, specialmente accanto alla persona amata, in cui la mancanza di tempo e l'affanno che toglie il fiato impediscono di scegliere le parole giuste che corrispondono al senso, cioè a ciò che sentiamo e al significato che vogliamo dargli, insomma a ciò che vogliamo trasmettere. È questa un'espressione alla prima persona dopo tante alla terza, sembra che il coinvolgimento di Valeria aumenti pian piano in una climax ascendente come se si fosse fatta via via più coraggio nel cantare i moti del suo cuore. Nell'ultimo inciso figura per la prima volta il pronome "io" piuttosto enfatico, in accordo con il tono e il contenuto di questi versi: infatti la frase finale che occupa l'ultimo inciso e significativamente si ripete due volte con la batteria che diventa da leggerissima a più forte, è una sorta di confessione che Valeria immagina sussurrata e contiene sia la considerazione dell'impossibilità della storia alla quale il desiderio di Valeria si oppone (congiuntivo ottativo se potessi), sia la disponibilità a donarsi totalmente alla persona amata, affidarle la sua vita e il suo tempo senza condizioni e senza chiedere niente in cambio, "fosse anche l'ultimo e il più grande dei miei sbagli"; sulle ultime note la musica sfuma e rimane la sola voce di Valeria che quindi per quanto bassa sembra levarsi in un grido a un tempo disperato e deciso.
domenica 22 luglio 2012
Valeria Vaglio, recensione del brano "ore ed ore"
Valeria Vaglio, cantautrice barese di 29 anni, si pone all'attenzione del largo pubblico nel 2008 quando presenta al festival di Sanremo nella categoria nuove proposte il brano "ore ed ore". A marzo dello stesso anno esce il suo album "stato innaturale", che contiene dieci brani inediti da lei composti tra cui quello sanremese ed una cover della celebre "Oggi sono io" di Alex Britty. Colpisce di Valeria la grazia straordinaria che deriva dalla scelta accurata delle parole di una ricercatezza senza affettazione, alle quali si adattano le melodie di volta in volta fresche o gravi ma mai stucchevoli, e dall'interpretazione sobria, dalle note diritte, talvolta sussurrate e tuttavia nient'affatto asettica, anzi con una forte carica emotiva. Questo perché Valeria è protagonista delle sue canzoni che non raccontano intere storie ma momenti di esse scanditi dai pensieri che li accompagnano, e l'autrice sembra parlare a se stessa anche quando usa il tu, raccoglie e conserva attraverso la musica spaccati di vita e moti interiori. Non sente sempre il bisogno di indicarne il contesto ma tende a dare a ciascuno un valore di per sé, e spesso si riesce ad immaginare intorno ad essi una storia solo grazie a piccoli accenni o particolari linguistici: alcune canzoni come "ore ed ore", "le carezze e la ferita", "fotografia" hanno come cornice un amore omosessuale, e ne è l'unica spia l'uso al femminile degli aggettivi e dei pronomi riferiti al partner; Valeria rifugge da qualunque retorica e non afferma da nessuna parte l'uguaglianza tra amore omosessuale ed eterosessuale, perché essa emerge da sola se è vero che ad entrambi sono comuni la gioia infinita di perdersi nell'altro dimenticando tutto o il dolore del tradimento e della fine. Nessuna dichiarazione diretta o proclama, solo emozioni pure e svincolate dalle circostanze, raccontate con garbo e naturalezza.
Il brano "ore ed ore" ci trasporta nell'atmosfera carica di nostalgia di una giornata invernale in cui la protagonista, nella casa che ormai non condivide più con la compagna, è sopraffatta dai ricordi di un amore che è finito senza che potesse evitarlo per colpa di un tradimento; non si dice altro sulle ragioni, lei stessa sa solo di non potervisi sottrarre e non cerca invano parole che possano spiegarle; tuttavia da più di un verso sembra che Valeria manifesti una propria ingenuità negli atteggiamenti quando la passione era ancora viva ("ma come ho fatto a non capire", "tradire è una follia, io non ne avevo idea", ma non si rimprovera per questo e in definitiva si arrende al fatto che non esiste una spiegazione che possa convincerla e non suonare come una scusa a posteriori che offende il sentimento che lei e la compagna hanno vissuto. Nelle strofe Valeria si rivolge alla compagna e le comunica i suoi pensieri, comincia con un futuro con cui dichiara la sua consapevolezza che ormai la fine è reale e senza rimedio, e non cambierà le cose il fatto che lei desideri ricominciare; l'inciso invece è fatto solo dai ricordi del loro amore che tornano spesso prepotenti tanto da non poter essere ignorati, e questo mi fa pensare che la storia si sia chiusa da poco tempo. È costante la dialettica tra passato e presente, ben espressa anche dall'uso dei tempi verbali, ed essi sono ad un tempo inseparabili ed antitetici: lei è ben sicura che il passato non potrà più rivivere e cerca di allontanarlo un poco da sé eliminando le piccole cose che lo evocano (penso ad espressioni al futuro indicativo come "non metterò mai più il maglione rosa e blu" o "non sarò più io a dirti..."), ma non per questo si è spento il suo desiderio, il suo cuore e la sua mente sono tutt'altro che rassegnati a questa realtà, le immagini di quell'amore e la passione provata non si possono rinchiudere in un armadio come i maglioni (non te lo dirò mai ma ti amo ancora sai, lascerò la porta aperta fosse anche per vent'anni o per un'eternità"). In mezzo a questi pensieri riesce soltanto a pregare che prima o poi finisca quest'inverno reso tetro dalla solitudine intollerabile, in un ambiente e tra oggetti che suscitano ricordi che non le faranno ritrovare la quiete; in quel tempo precedente di cui parla solo al passato, mentre fuori era freddo e nevicava le ore non passavano monotone ma ricche d'amore, ogni gesto e odore era parte di un rituale sacro che solo lei e la compagna conoscevano ed in quel silenzio il tempo per loro diventava eternità.
domenica 20 maggio 2012
19 Maggio, Mariella Nava a Parabiago d'Autore
Mariella Nava a Parabiago d'Autore
"Grazie per sentirmi con la luce di dentro" è la stupenda frase che ieri Mariella Nava ha scritto sul libretto del mio CD e da cui parto per fotografare la serata di ieri, mentre sono ancora percorsa dal raggio della gioia che mi hanno trasmesso le note e le parole di questa persona di eccezionale valore artistico e umano. La cornice era la sala multiuso della biblioteca civica di Parabiago, un ambiente abbastanza intimo perché fossimo tutti vicini a Mariella anche fisicamente oltre che con il cuore; Poiché il concerto era gratuito io e la zia Antonella ci siamo mosse in anticipo per assicurarci un posto e non solo ci siamo riuscite, ma abbiamo seguito questo live dalla seconda fila, a poca distanza dal palco dove è salita Mariella insieme al suo pianoforte, al contrabbasso del suo musicista Sasà Calabrese e ad una piccola tastiera (Mariella ci ha promesso suoni vari e di qualità ma la tastiera non era d'accordo perché ha dato qualche problema con i cavi!). A rendere questo concerto diverso dalle aspettative e più difficile sono intervenuti due fatti imprevisti: il tragico attentato alla scuola di Brindisi della mattina, condannato all'inizio dall'assessore alla pubblica istruzione e da tutti noi, e quel dolore sbigottito doveva tanto più trafiggere la cantautrice tarantina; Mariella ha espresso disappunto e incapacità di comprendere un tale atto come avrebbe fatto qualunque persona di buonsenso o che tale desidera apparire, ma subito dopo ha esortato se stessa e tutti a non lasciarsi abbattere e come prima canzone ha eseguito "così è la vita", ricca di pura energia e serenità, dedicando alla vita l'intero spettacolo perché "così è la vita che ci riguarda con i suoi giorni imprevedibili, un dolore che non ritarda e una spia luminosa si accende". L'altra difficoltà è stata la laringite che a causa del clima ha colpito Mariella, per la quale arrivare alle note alte era un'impresa; ma più che questa sua fatica mi era evidente la sua semplicità nel riconoscere dall'inizio davanti a noi questo inconveniente che non dipendeva dalla sua volontà, nel chiederci scusa e spiegarci di aver tenuto la sua voce registrata come aiuto nelle parti più impegnative. Era supportata da immagini e basi, ma il suo pianoforte è stato protagonista in particolare in "come mi vuoi", preceduta dal ricordo delle illustri interpretazioni di Eduardo de Crescenzo e Mina che le provocano un comprensibile disagio quando la ripropone con la sua voce, e in "da domani" dedicata a tutti gli italiani, canzone nuova che non avevo ancora apprezzato come ieri nella sua melodia e nel testo entrambi originali e toccanti; il finale “ed è per questo che ancora nasce una canzone, per dirci quanto è più importante un’emozione” mi ha fatto sembrare meno ingenua l’idea che la musica possa essere una valida alleata del coraggio e costituire con esso un motore per riaccenderci e ripartire.. Il tempo mosso che Mariella ha cercato di vestire di musica nell'ultimo disco è stato proposto dal vivo anche con "i giovani del mondo", una delle canzoni più intelligenti a me note sull'argomento; l'ho cantata quasi a squarciagola per sottolineare che anche la mia esperienza può testimoniare la verità di quelle parole: è un pezzo scritto osservando che tutte le generazioni del mondo, pur nelle loro differenze, hanno in comune sogni e speranze e il desiderio di compiere passi per migliorare questa nostra realtà. Ogni canzone è stata introdotta dalla sua autrice ed interprete, che ha dimostrato come tutte siano tappe importanti del suo percorso musicale e personale e costituiscano, se non dei successi nel senso corrente, successi per lei e per la sua vita. Così ci ha presentato "questi figli" che raccoglie i pensieri e le ansie di una madre ma scritta nel 1986 quando Mariella era ancora figlia, spedita a Gianni Morandi che la interpretò entusiasta della penna di quella ragazza. "Tornare vivo" poi intitolata "notte americana" è stata invece cantata da Lucio Dalla e io l'ho ascoltata per la prima volta dalla sua autrice; il testo racconta di un uomo vivo ma che sente dentro di sé la morte per la mancanza del suo amore, e per questo chiede alla sua donna di restituirlo alla vita con un abbraccio. Ora naturalmente, dopo la morte di Dalla, a Mariella come a noi quelle parole suonano diversamente da quel 2000 in cui sono state scritte, ed abbiamo vissuto questo momento con notevole commozione. La serata è stata tutta all'insegna della canzone d'autore anche grazie alla presenza di altri due giovani musicisti: Giacomo Crot cui era affidato l'arduo compito di aprire il concerto, che ha presentato alcune sue canzoni di un genere melodico a me poco familiare e testi piuttosto complessi, ma sicuramente di alto livello; Patrizia Cirulli cantautrice affascinante e dalla voce calda, conosciuta da Mariella in occasione di concorsi musicali, che per primo ha presentato un brano su una donna vittima di un incidente sul lavoro. Sono stati toccati altri temi delicati e scottanti, come la lotta all'AIDS con la storia del malato contenuta in "piano inclinato" e la violenza sulle donne ad opera dei propri uomini con "in nome di ogni donna"; Mariella ci si accostava con l'umiltà e il coraggio a cui mi ha abituato, come chi concepisce il proprio mestiere di musicista anche come mettersi al servizio di ciò in cui crede e delle persone senza voce. Così a mio parere non si poteva definire lei nonostante la laringite, il calore e la convinzione erano quelli che ben conosciamo noi che la seguiamo da anni; verso la fine ha esplicitato la sua passione per i pezzi alti e grintosi, che coincidono con un non risparmiarsi nella sua vocazione di regalare emozioni cercando sempre di offrirsi al massimo. Mi viene solo un aggettivo per descrivere il suo modo di stare sul palco e di fronte a noi, era bellissima. Affrontava i suoi problemi vocali e quelli tecnici correndo qua e là per il palco con il sorriso, sceglieva onestamente di cambiare la scaletta alla ricerca di canzoni che avrebbe potuto donarci nella forma migliore, tranne nel caso dell’immancabile “spalle al muro” nella quale ci ha chiesto il nostro sostegno e mi sembra che sebbene non fossimo moltissimi ci siamo riusciti, e probabilmente quel coro si sarebbe alzato anche spontaneamente! Come bis Mariella ha scelto "la strada" ed io ho camminato con la mia voce su quelle note e soprattutto parole che sento scritte per me, specialmente ora che la mia strada si sta poco alla volta delineando, sempre più simile a quella notte che segue la sua corsa chiara verso la sua mattina. Il mio primo concerto di Mariella era terminato, ma con un po' di pazienza e di fortuna le emozioni già fortissime che mi aveva trasmesso sarebbero state coronate dalla realizzazione di un piccolo-grande sogno, sette anni dopo l'incontro all'auditorium di radio Italia e il suo memorabile epilogo. Mariella è tornata sul palco dopo pochi minuti dall'ultimo brano e il pubblico, formato quasi interamente da membri del fans club alcuni dei quali avevano macinato un certo numero di chilometri, si è radunato in piccola folla nella sua direzione. Molti di noi avevano con sé uno o più dischi da farle autografare, desideravamo un istante in più da conservare nella memoria in compagnia di Mariella e per questo eravamo disposti ad aspettare; io e la zia più di tutte perché eravamo le ultime ma l'attesa non mi creava alcun fastidio, era importante solo non aver niente a che fare con chi spinge e chi urla impazzito e ha niente da festeggiare. L'agitazione all'idea di parlare a Mariella si è fatta subito sentire e per reagire ho cominciato a strappare risate alla zia con battute sciocche (devo recuperare il mio neurone che è andato a farsi una passeggiata, altrimenti me la trovo davanti e non fiato! Ma come, a sedici anni ero più incosciente? Va bene, ce la posso fare). Non so quanto siamo rimaste in fila, come sette anni fa da un certo punto in poi mi giungeva la voce di Mariella e di nuovo percepivo quanto fosse deliziosa con tutti. Mi è sembrata comunque un'attesa breve e quando è arrivato il mio turno l'abbraccio di Mariella mi ha scaldato e ha rallentato i miei battiti che negli ultimi minuti erano troppo aumentati. Le ho prima di tutto ricordato il mio nome e che ci eravamo incontrate tempo fa e l'avevo ringraziata per il suo sito così ben costruito e accessibile... e contro ogni mia aspettativa anche lei mi ricordava! Le ho rivolto i miei complimenti per il concerto e ho rievocato con entusiasmo la sua apparizione al raduno clab di Claudio Baglioni di quello stesso 2005 in cui l'avevo conosciuta al programma serale di radio Italia. Le ho detto testualmente "hai fatto una Mezzaluna da annali" e lei sorridendo ha precisato "con la chitarra di Andrea Pistilli, è bravissimo e ora gira con Fiorella Mannoia"; altra sorpresa il fatto che anche per lei fosse stato un momento così importante da ricordarne volentieri e distintamente i particolari, per me è una delle pagine più ricche e meravigliose del libro della mia vita a tempo di musica! Nel frattempo Mariella ha finito di scrivermi sul libretto la frase che poi legge a voce alta "grazie per sentirmi con la luce di dentro" così pregnante nella bellissima sinestesia che contiene, e in risposta non mi è riuscito di dire altro se non un grazie a mia volta, sincero come sette anni fa. Mentre parliamo la zia ci fa una foto e poi Mariella stessa mi invita a prepararmi per un'altra in posa; sono ancora commossa dalla dolcezza con cui mi aiuta a posizionarmi e suggerisce alla zia dove scattare la foto per prenderci bene al centro, e mi rimarranno scolpiti nel cuore quei pochi secondi di noi abbracciate e sorridenti che durante lo scatto ci stringiamo appena l'una all'altra con infinita tenerezza. Ci salutiamo ringraziandoci di nuovo a vicenda e all'uscita la mia felicità è quasi totale estasi... Mariella, mi auguro di rivederti ancora per fermare un frammento del nostro tempo mosso nell'eternità di una vera emozione, e se possiamo non fra sette anni!
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